lezioni di arabo a Cernusco

Inclusione al contrario: arabo agli italiani al posto dell’italiano agli arabi

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A Cernusco si fanno lezioni di arabo ad alunni italiani con i soldi pubblici destinati a insegnare l’italiano agli stranieri. Interpellanza al sindaco

“Amore cosa hai fatto a scuola oggi?”*, chiede ai primi di maggio il genitore alla figlia che frequenta la seconda elementare dell’Istituto Comprensivo Rita Levi Montalcini di Cernusco sul Naviglio.

“Arabo. Oggi abbiamo fatto arabo. Ho imparato a scrivere il mio nome, ho imparato altre parole, abbiamo anche cantano una canzone in arabo”.

La docente spiega al genitore che si tratta di un progetto legato all’integrazione di una bambina egiziana.

“Se la bambina si deve integrare, forse è meglio che studi l’italiano”, pensa il genitore e poi alla figlia: “Tesoro ma, quindi, la tua compagna egiziana non parla l’italiano?”

“Certo che sì. E’ nata in Italia, la sua famiglia vive qui da tanti anni”.

Ops! Il genitore chiede maggiori informazioni alla docente e soprattutto come mai nessuna comunicazione di questo progetto sia stata data alle famiglie.

“Lo abbiamo comunicato durante l’ultima assemblea di classe” (16 aprile 2019), spiega la docente.

Il genitore si confronta con altri genitori, la voce arriva a un giornalista che chiede un’opinione a me, genitrice di una bambina che frequenta lo stesso istituto e consigliera comunale della Lega.

“Che strano – dichiaro al giornalista – in un’istituto si spendono soldi per i madrelingua inglesi e scuola digitale (Cernusco ha un altro Istituto Comprensivo diretto da un altro dirigente, n.d.r.) e in quello di mia figlia si preferiscono progetti buttati lì alla fine dell’anno lasciano il tempo che trovano. Tra l’altro in quella classe sono presenti alunni di diversi paesi ma il progetto riguarda solo l’arabo. Non mi sembra corretto”.

Esce l’articolo che riporta le mie dichiarazioni e quelle del dirigente che difende a spada tratta il progetto: “bellissima e utilissima (utilissima?!?!?!) iniziativa di educazione interculturale…promossa dal team docente e comunicata alle famiglie in assemblea di classe e attuata nell’ambito del servizio comunale appaltato alla Cooperativa Farsi Prossimo” e continua dicendo che la lingua araba ha “affascinato e rapito i bambini”.

Poiché il dirigente dichiara che il progetto è stato promosso dal team docente, comunicato alle famiglie e rientra in un appalto comunale, utilizzando il mio diritto di accesso civico a scuola, in data 21 maggio, via mail e via Pec, chiedo la documentazione relativa al progetto:

“in qualità di genitore di studente frequentante l’IC, visto il PTOF e i relativi progetti di Istituto, visto il Piano del Diritto allo Studio approvato dal Comune con l’elenco dei progetti scelti in autonomia dagli istituti scolastici del territorio (nessuno dei quali parla di questo progetto) sono a richiedere la seguente documentazione:
-copia del progetto definito sulla stampa locale dal DS di  “educazione interculturale” e attuato in una classe seconda del plesso Don Milani con mediatrice culturale egiziana

-verbale del collegio docenti di approvazione del progetto

-verbale del Consiglio di Istituto che approva il progetto e il conseguente ingresso di persona terza all’interno dell’edificio scolastico (nei verbali del CDI presenti sul sito non vi è traccia di questo progetto)

-verbale dell’assemblea di classe in cui il progetto è stato presentato

Il dirigente risponde dicendo che non si tratta di un “progetto”, ma di un’iniziativa didattica, finalizzata all’inclusione, assunta nella sua autonomia dal team docente mediante l’attivazione delle risorse istituzionali presenti sul Territorio. Ne consegue che, continua il dirigente:

–    Non vi è alcun “progetto” specifico della classe, trattandosi di un servizio generale del Territorio a disposizione di tutti gli allievi/classi; per lo stesso motivo non vi è alcuna delibera del Collegio docenti, né del Consiglio d’Istituto, entrambe non necessarie;
–    Il verbale di questo tipo di assemblee di classe (in cui è stata
rappresentata l’iniziativa), per consolidata prassi viene redatto dal
rappresentante dei genitori
.

Seguono rassicurazioni sull’accoglimento entusiastico dell’iniziativa da parte di alunni, docenti, genitori e universo mondo

“Peraltro – aggiunge il dirigente – tale bella iniziativa di mediazione culturale e facilitazione linguistica si inquadra nel protocollo di accoglienza del nostro istituto” che mi allega.

Leggo tutto attentamente e:

1) pur consultando il vocabolario, non sono riuscita a capire la sfumatura che, in questo caso, rende un’iniziativa diversa da un progetto (sempre di azioni volte a perseguire un fine determinato si tratta);

2) anch’io ho fatto parte del Consiglio di Istituto della scuola e vi assicuro che, con l’ex dirigente, da lì passava tutto: progetti, iniziative, autorizzazioni all’ingresso di terze persone a scuola, etc. eppure per questa iniziativa il dirigente dice che non sono necessari atti; 3) il dirigente rimanda alla rappresentante di classe la responsabilità del verbale dell’assemblea nella quale è stata presentata l’iniziativa ai genitori. Questo verbale però non è mai stato inviato ai genitori se non domenica 26 maggio, cioè 40 giorni dopo l’assemblea di classe del 16 aprile e dopo l’ampio risalto dato dalla stampa all’iniziativa. Il “verbale” in realtà, è un mero riassunto redatto dalla rappresentante CHE NON ERA PRESENTE ALL’ASSEMBLEA e che dice di averlo scritto sulla base di quanto riferitole/suggeritole da qualcun altro. Peccato che il “verbale/riassunto” non solo parla dell’iniziativa al passato, come se si fosse già svolta prima del 16 aprile (mentre si è svolta ai primi di maggio), ma soprattutto aggiunge una sorta di excusatio non petita della docente sulla possibilità di estendere l’iniziativa ad alunni di altre etnie, evidente tentativo postumo di rispondere alla mia perplessità: “perché solo arabo visto che in classe ci sono alunni anche di altre paesi?”;

4) il procollo di accoglienza inviatomi dal dirigente parla solo ed esclusivamente di bambini NEOARRIVATI e non di bambini nati in Italia e qui da anni, documento condivisibile ma del tutto irrilevante ai fini della mia richiesta;

5) nella lettera inviata dal Comune di Cernusco alla scuola, allegatami anch’essa dal dirigente, si comunicava una disponibilità di risorse economiche per progetti di mediazione linguistica che avevano come obiettivo L’APPRENDIMENTO DELLA LINGUA ITALIANA o la MEDIAZIONE LINGUISTICA – CULTURALE per alunni neoarrivati, con marcate difficoltà di comprensione. L’iniziativa di educazione interculturare araba non rientra in nessuna di queste fattispecie.

Dopo attenta analisi di tutte le spiegazioni della scuola, degli atti inviatimi dalla scuola e dal Comune, degli articoli di stampa di cui uno addirittura costruito su una lettera in sostegno dell’iniziativa scritta, immagino con quale spontaneità, da ex docenti dell’istituto mai chiamati in causa, io mi sono fatta un’idea: la scuola aveva a disposizione soldi pubblici del Distretto (per più Comuni, quindi) destinati esclusivamente all’apprendimento della lingua italiana per alunni stranieri NEOARRIVATI e a progetti di mediazione per alunni con marcate difficoltà di comprensione. Non essendoci un caso rientrante in queste fattispecie, per non perdere la possibilità di fruire di risorse, è stata costruita un’iniziativa di inclusione al contrario: far apprendere le prime parole di arabo a bambini ITALIANI. Colti di sorpresa dalle domande dei genitori e dalle mie perplessità riprese dalla stampa, si è cercato di “trasformare” l’iniziativa in tutti i modi: prima integrazione, poi mediazione linguistica, poi mediazione culturale fino ad arrivare a iniziativa interculturale, quindi, in ogni caso, non finanziabile dal Distretto. E il Comune, intanto, che fa? Mette a disposizione risorse per una cosa e poi ne paga un’altra? Chi autorizza la spesa? Chi la rendiconta? Questo me lo dovrà dire il Sindaco, rispondendo all’interpellanza che ho presentato.

Ci tengo a precisare che ho sollevato la questione nel massimo rispetto dell’autonomia scolastica: la scuola può usare le risorse come crede se ne ha disponibilità e, in ogni caso, sempre in modo trasparente. E non si tratta neanche di una contrarietà all’iniziativa in sè, anche se la sua limitazione all’arabo mi sembra miope, visto che ci sono anche alunni di diversi paesi extraeuropei. La questione riguarda, invece, l’utilizzo di risorse pubbliche (distrettuali, quindi non della scuola) finalizzate a colmare il disagio linguistico dei bimbi stranieri che ancora non parlano l’italiano o non lo parlano bene, risorse che non possono essere utilizzate per altro. Se, quindi, il bisogno di insegnare o perfezionare la lingua italiana non c’è, e per fortuna, che senso ha forzare la mano per progetti di poche ore per giunta a fine anno scolastico?

*I dialoghi sono immaginari, ispirati dalle notizie apparse sulla stampa e sui social



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