Paola Malcangio e Formentini

Ciao Marco, ti porti via una parte di me

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Paola, è morto Marco Formentini“, con queste parole mio marito mi annuncia la scomparsa di un uomo che nella mia vita è stato molto importante.

Scriverne è difficile, ma è anche l’occasione per ricordare un periodo che mi ha dato tanto e che è impossibile da dimenticare.

Correva l’anno 1992 e io, laureata da pochi mesi, entravo nell’ufficio stampa della segreteria provinciale della Lega Nord in via Foscolo, a due passi da Palazzo Marino.

Avevo avuto dal mio capo, Luigi Negri, l’incarico di occuparmi dei rapporti con la stampa durante la campagna elettorale di Formentini, la prima sull’uomo, all’americana. Riuscimmo così bene a coordinare idee, strategie e organizzazione che io e Paolo Frigerio (che si occupava degli aspetti organizzativi di quella campagna e che diventò poi mio marito) fummo invitati dall’allora USIS (United States Information Service) a uno study tour a Chigago, Washington e New York per studiare le campagne politiche americane. Stava nascendo solo allora in Italia la figura del consulente specializzato in campagne elettorali che gli U.S.A. conoscevano da tempo.

Per Formentini ci eravamo inventati ogni gadget possibile (dalle spillette alle tute e alle magliette con la scritta Man at work ForMentini), organizzavamo incontri in ogni mercato cittadino. Fu una campagna davvero strepitosa se si pensa che fu completamente inventata da persone che non avevano nessuna competenza specifica e un’età che andava dai 25 ai 35 anni.

Fu una vittoria storica quella di Formentini: il primo sindaco di Milano eletto direttamente dai cittadini era un leghista!

Sembrò a tutti naturale che io lo seguissi a Palazzo Marino con l’incarico di portavoce e di consulente editoriale.

Fu un periodo incredibile: avevo un ufficio che dava su Piazza della Scala, il primo telefonino e incontravo Strehler e Gullit nei corridoi.

Iniziavo a lavorare alle 18 del pomeriggio insieme alle redazioni dei quotidiani. Avevo sempre una notizia curiosa da condividere, mi ero fatta benvolere da tutti.

Era il periodo dello sgombero del Leoncavallo, le forze dell’ordine avevano raccomandato a tutti noi dello staff di seguire ogni giorno percorsi diversi per raggiungere l’ufficio: sembravano essere nel mirino anche i collaboratori del sindaco. Noi, fra l’altro, avevamo già subito una sassaiola dai leoncavallini fuori dalla sede della Lega di via Bassano del Grappa.

Un istant book su Formentini

La vittoria di Marco Formentini fu molto seguita dalla stampa italiana ed estera e finì in un istant book dei giornalisti Beppe Benvenuto e Vito Oliva.

Marco Formentini

La cosa che più mi sconvolse durante il periodo trascorso a Palazzo Marino fu la strage di via Palestro del 27 luglio 1993. Un’atmosfera assurda, la Camera Ardente allestita in Sala Alessi e la coda dei milanesi a rendere omaggio alle vittime. Insieme a Elena Gazzola, prima presidente del Consiglio comunale di Milano, raccogliemmo tutti i messaggi dei cittadini lasciati in via Palestro che furono poi pubblicati dal Corriere della Sera.

Marco Formentini era un uomo di grandissima cultura, troppa per stare nella Lega che non ha mai avuto una particolare simpatia per chi ha studiato.

Marco era un sindaco metodico, aveva orari precisi, schiacciava sempre un piccolo sonnellino pomeridiano. Io lo seguivo spesso soprattutto quando doveva incontrare la stampa, ma avevo 26 anni, jeans e stivali texani e nessuna voglia di rinchiudermi a Palazzo Marino.

A fine ’93 la Lega si apprestava a organizzare la campagna per le elezioni politiche del 1994 e io fremevo, non volevo perdermela. Si decise allora per il mio rientro in Lega come responsabile della comunicazione dei team elettorali dei candidati leghisti al Parlamento.

Così lasciai Palazzo Marino

Lasciato Palazzo Marino inizio così a lavorare per una delle campagne elettorali di maggior successo della Lega tanto da portarla al governo con Silvio Berlusconi e Forza Italia. Un sogno durato poco, però, visto che Umberto Bossi nel dicembre ’93 decide di far cadere il primo governo Berlusconi con un ribaltone che entrerà nella storia. Non tutti in Lega la presero bene.

Luigi Negri, deputato e capo della segreteria regionale, mi chiese di organizzare una conferenza stampa per comunicare il suo dissenso sul ribaltone. Era il mio capo, lo feci. Lui fu espulso subito, io e i suoi collaboratori pochi giorni dopo. L’esecutore fu Roberto Calderoli (peraltro allora cognato di Luigi Negri).

L’espulsione dalla Lega

Della mia espulsione ne avevo scritto qui
L’uscita dalla Lega fu per me molto dolorosa. Non ne capivo i motivi. Avevo solo fatto il mio lavoro. Col senno di poi, invece, credo di dover riconoscere che sia stato un bene. Dopo pochi mesi andai a lavorare per il sindaco di Monza, Aldo Moltifiori. Mi tornò utile tutta l’esperienza fatta a Palazzo Marino e decisi di specializzarmi in comunicazione pubblica e management delle pubbliche amministrazioni. Negli anni ho lavorato con tanti sindaci e in tanti comuni: dopo Milano, Monza, Carate Brianza, Vimercate, Cernusco sul Naviglio, Segrate. Oggi lavoro nel comune di Sesto San Giovanni.

Nel 2017 la Lega mi ha chiesto di candidarmi a sindaco di Cernusco per una coalizione formata da due Liste civiche (Cernusco prima di tutto e Cernusco Popolare) e due partiti (Lega e Fratelli d’Italia). Ho accettato volentieri, è stata un’esperienza bellissima (programma e fotogallery) che mi ha portato al ballottaggio. Ho perso e oggi siedo sui banchi dell’opposizione in Consiglio comunale.

“Ricordi da riporre dove io soltanto so”

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